Prima di iniziare a frequentare il corso con il Progetto Calamaio pensavo davvero di avere raggiunto il mio equilibrio psicofisico. Vivevo nel mio guscio d’uovo e questo guscio mi sembrava davvero perfetto.
Poi il corso è iniziato e abbiamo cominciato a lavorare sodo sulle nostre emozioni, su come ci sentivamo nei vari momenti di attività, su quello che provavamo. Devo riconoscere che il mio guscio d’uovo si è rotto subito, andando in pezzi. E io ero come un pulcino che, appena il suo guscio d’uovo si rompe rimane spaesato, non sa cosa fare e quando tira il vento trema come una foglia, sia per la paura dei rumori che per il freddo. Poi pian piano mi sono detta:
“Dai Stefy! Non vorrai mica restare sempre qui, ferma, immersa nelle tue paure e nel freddo? Guardati intorno. In questo cammino non sei sola. C’è un intero gruppo con cui puoi condividere la strada, a cui tu puoi dare qualcosa, da cui puoi ricevere ancora di più!”
Così mi sono fatta coraggio e ho iniziato a mettermi in gioco dal punto di vista psicologico, emotivo e relazionale, cercando di stare il più possibile dentro al gruppo e di lasciarmi guidare dal gruppo stesso.
Stando tanto tempo immersa nel cerchio a parlare con gli altri e soprattutto ad ascoltarli, riguardo quello che avevano provato, ad esempio tenendosi per mano o facendo un disegno, mi sono accorta che nel gruppo non ero io l’unica “diversa”, l’unica che aveva esigenze particolari. Ognuno di noi rispetto agli altri lo era. Ho capito anche che non ero io l’unica ad avere bisogno degli altri per vivere e stare bene nel gruppo. Il tempo passava, le relazioni interpersonali si intensificavano, la nostra dimensione e capacità di stare in gruppo cresceva. Ormai sapevamo che ognuno di noi era fatto in un certo modo e che poteva essere utile agli altri proprio perché era fatto così! Io pian piano sentivo che la mia disabilità stava cambiando.
A volte fuori non era proprio facile andare avanti, nemmeno per una come me che vive da sempre in mezzo alla gente. La mia disabilità mi sembrava qualcosa di “pesante” da portarsi dietro, qualcosa che attirava su di me tutti gli sguardi della gente, qualcosa che creava imbarazzo, distanza, negatività, pregiudizio e io a volte mi chiudevo come un riccio e non avevo il coraggio di mettermi in gioco, di essere me stessa.
Ma nel gruppo era diverso. Sentivo che tutti lì potevano essere sé stessi. Vedevo che eravamo tutti “Uguali e Diversi”. Vedevo che ognuno di noi aveva il proprio modo di essere, ridere, scherzare, parlare, muoversi, camminare, e agli altri stava bene così. Nessuno giudicava o chiedeva di modificare questi aspetti personali. Avevamo capito che ognuno di noi è così com’è e certe cose non si possono e non si devono nemmeno cambiare. Non sempre possiamo chiedere agli altri di cambiare. È importante riuscire ad accettare ed apprezzare gli altri per quello che sono. E questo vale anche per noi stessi.
Così la mia prospettiva si è capovolta: ho iniziato a vedere la mia disabilità come una semplice caratteristica fisica che fa parte di me e che voglio tentare di accettare il più possibile.
E direi che l’ho fatto e lo continuo a fare abbastanza bene.
Sono riuscita a diventare addirittura autoironica e ironica riguardo la disabilità: ora scherzo e rido moltissimo sulla mia disabilità e anche su quella degli altri!
Ho cercato di conoscere meglio me stessa e ho visto che ci sono cose che non posso fare o per le quali ho bisogno degli altri, ma che al tempo stesso ci sono altrettante cose che so fare e con le quali, più di quanto immaginassi, a volte sono utile agli altri, che quindi hanno bisogno di me.
Questo ovviamente vale per tutti: ognuno di noi ha delle abilità e delle disabilità e fa le cose in modo diverso dagli altri.
Un’altra scoperta fondamentale per il mio modo di vedermi e percepirmi che ho potuto fare in gruppo è stato capire che le reciproche disabilità si superano grazie al gruppo, chiedendo l’aiuto dei compagni d’avventura. Perché con le abilità di uno si superano le disabilità dell’altro. Riconoscere che abbiamo bisogno degli altri non è sempre facile però. Spesso tendiamo a fare da soli. Ma non sempre è possibile.
Il gruppo, dopo un lungo e delicato viaggio segnato da un’infinità di paure, fatiche, sorprese, gesti, sguardi, parole, silenzi, canti, balli, risate, gioie, scherzi, sogni era diventato contesto libero, aperto, accogliente, tollerante, rispettoso e consapevole delle rispettive diversità, non giudicante, accessibile a tutti. E in quel gruppo la mia disabilità negativa e spaventosa era sparita, diventando una normale parte di me, che addirittura incuriosiva, seduceva gli altri, facendoli avvicinare a me, eliminando le distanze. Ora potevo essere sempre me stessa senza paure e senza nascondermi.
Ma chi sono io veramente? Io sono Stefania, una persona prima di tutto! Ma che tipo di persona sono? Sono una persona viva o morta, visibile o invisibile, statica o dinamica? Sono solo quella persona che fatica a camminare e muoversi e perciò sono sfortunata e devo stare sempre seduta e ferma o sono qualcosa di più? Oggi posso affermare con grande orgoglio che stando nel gruppo ho imparato a conoscere gli altri, ma soprattutto a conoscere me stessa. Ora ho capito davvero che nonostante tutto sono una persona viva e innamorata della mia vita. Sono una persona che lotta e che tante volte “si scotta”, ma non molla.
Ora cerco di rendermi sempre più visibile a me stessa agli altri e anche a chi a volte finge di non vedere.