Il blog di Stefania Ferri

Un “folletto” che si diverte a macchiare e a farsi macchiare dagli altri

Gruppo Geranio: Tutto è iniziato così…

Pubblicato da stefaniaferri su Ottobre 11, 2008

UN SOGNO FATTO INSIEME NON È UTOPIA MA L’INIZIO DI UNA NUOVA REALTÀ.

di Stefania

Da un po’ di tempo mi ero accorta che noi membri di quello che ora è il “GRUPPO GERANIO” eravamo quasi “invisibili” nella scuola e non era giusto!!! Proprio per questo motivo ho pensato che in qualche modo, qualcuno dovesse alzare la voce, per tentare di migliorare le cose!!! Ho sentito dentro di me, che quel qualcuno, avrei potuto essere io e cosi è cominciato! L’idea di dare vita a questo progetto è scaturita dal mio bisogno di sapere se anche gli altri “GERANI”, sentivano proprio come succedeva a me, la necessità di parlare, di scoprire la propria interiorità, di conoscersi e aiutarsi reciprocamente, di condividere esperienze comuni, di mettersi in gioco, di valorizzarsi fino in fondo, sfruttando ogni mezzo a disposizione!!! Credo che fare tutte queste cose insieme, in vari modi, possa da un lato renderci maggiormente consapevoli dei fatto che siamo delle risorse preziose, come persone singole e come gruppo e dall’altro farci diventare più pronti e forti, nel rapportarci con coloro che ci guardano in modo strano e magari non si avvicinano troppo a noi perché hanno paura. La paura fa parte della vita tocca ciascuno di noi ma se ci lavoriamo su la paura viene superata o diminuisce e questo percorso ci arricchisce, ci fa crescere, ci mette di fronte a nuove prospettive, situazioni, incontri, scontri.

A volte tutto questo è facile e piacevole, altre volte è difficile e sconvolgente, ma tutto ciò resta sempre e comunque una parte essenziale della nostra vita!

A mio parere, se partiamo dalla conoscenza e dalla riflessione su noi stessi, dalla condivisione di esperienze comuni, riusciremo poi probabilmente a porci con piú facilità verso l’altro, in maniera da attirarlo verso di noi per poi imparare reciprocamente a conoscerci e a guardare oltre l’apparenza.

Ora questo mio sogno, condiviso insieme ad altri, non è più utopia… ma l’inizio di una nuova realtà!

Infatti il “GRUPPO GERANIO” è attivo grazie al grande entusiasmo e alla viva collaborazione di tutti i suoi componenti, che si sono dimostrati valide risorse e che ringrazio molto.

In ultimo colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che mi hanno appoggiato fin dall’inizio, senza mai avere la minima esitazione.

È stato anche grazie al loro contributo molto positivo e costruttivo, alla loro motivazione, che il progetto ha potuto prendere vita e diventare cosi importante.

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Gruppo Geranio: La Storia

Pubblicato da stefaniaferri su Ottobre 11, 2008

Il Gruppo Geranio nasce 4 anni fa nell’Istituto Magistrale “Matilde di Canossa” di Reggio Emilia, perché noi ragazzi Diversabili nella scuola ci sentivamo poco considerati, quasi “Invisibili” e questo non era giusto: dovevamo perciò agire, “alzando anche un po’ la voce”.

Così abbiamo iniziato a incontrarci regolarmente per conoscerci, confrontarci tra noi, stare insieme in amicizia, condividere esperienze,divertirci…! Con il tempo la voglia di farci conoscere in tutta la scuola era davvero tanta: per avere dialogo, scambio, rete, confronto, novità, creatività, insomma per cercare piano piano di creare una scuola per certi versi migliore, una scuola davvero per tutti!!!

Per un brevissimo periodo siamo riusciti in questo nostro intento, aprendoci e incontrando le classi disponibili per conoscere e farci conoscere, riflettere, “lavorare”, dialogare con loro. Poi la scuola, che fin dall’inizio di questa esperienza, secondo noi non ha mai capito realmente il senso del nostro lavoro e l’importanza che per noi il Gruppo Geranio aveva e ha tuttora!!

Così siamo di nuovo soli, questo senso di “chiusura” da parte della scuola ci ha spinto a “cambiare aria”, sede di ritrovo e orario: Ora ci troviamo presso l’oratorio cittadino di Reggio Emilia alla sera, una volta al mese, per un totale di 4 o 5 incontri complessivi.

Il nostro Gruppo si chiama Gruppo Geranio perché ci siamo ispirati alla storia di Claudio Imprudente, Diversabile che si definisce un bel Geranio e non un vegetale…

Sono stati 4 anni intensi, talvolta difficili, ma noi non abbiamo intenzione di fermarci la strada da fare è ancora tanta!

I Ragazzi del Gruppo Geranio

Per maggiori informazioni contattare Stefania: cel 3403189342 e-mail stefi.folletto@alice.it

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Un sogno fatto insieme non è utopia ma l’inizio di una nuova realtà…

Pubblicato da stefaniaferri su Ottobre 11, 2008

Un Gruppo di ragazzi della scuola si incontra…

Gruppo Geranio

I Nostri primi quattro anni insieme…

In questi 4 anni abbiamo condiviso insieme tante belle,

importanti e significative esperienze che ci hanno fatto crescere.

Ma per ora comunque non abbiamo intenzione di fermarci perchè la strada da fare è ancora lunga e…

Chi si ferma è perduto!

E Voi siete dei nostri?!

Buona lettura e soprattutto buon viaggio a tutti belli e brutti…!

I Ragazzi del Gruppo Geranio

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La mia Avventura è iniziata così…

Pubblicato da stefaniaferri su Ottobre 1, 2008

Progetto Calamaio: tutto parte dal gruppo, vera palestra di vita e risorsa per tutti

di Stefania Ferri (Progetto Calamaio di Reggio Emilia)

Se entri nel Gruppo e vi stringete in un cerchio, il vostro calore combatterà le “Intemperie della Vita”… Arriverà in alto e farà uscire il sole che caldo e splendente più che mai riempirà i vostri cuori di Forza, voglia di fare e allegria; Ci vorrà tempo ma tutti insieme costruirete qualcosa di importante, qualcosa che lascerà Segni Colorati dentro di voi e ovunque andrete…!

Stefania Ferri

Mi chiamo Stefania ho 21 anni e abito in provincia di Reggio Emilia. Frequento con molta passione e molto orgoglio il secondo anno di Scienze dell’Educazione presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Amo ridere, stare con gli amici e in mezzo alla gente, andare in giro, studiare, imparare cose nuove e fare nuove esperienze. Amo essere sempre in movimento con il cuore, con la mente ma anche fisicamente! Ora questa frase apparentemente non avrebbe nulla di strano, di paradossale, se non fosse per il fatto che sono “disabile” dalla nascita ed ho proprio qualche difficoltà di movimento… Ora tenendo conto di questo “piccolo dettaglio”, una domanda che subito mi “saltella su e giù”, toccando prima la mente poi il cuore e viceversa e che perciò devo pormi è questa: come fa una ragazza disabile, e per di più con delle difficoltà di movimento, ad essere sempre in movimento? E ad amare profondamente tutto questo movimento? La risposta a questa domanda sta quasi tutta nell’esperienza che ho vissuto e vivo tuttora al Progetto Calamaio.

Nel 2005 ho partecipato a un corso di formazione condotto dal C.D.H. di Bologna, che aveva come obiettivo il tentativo di creare un Gruppo Calamaio anche a Reggio Emilia.

Tutto nel Progetto Calamaio parte dal GRUPPO che è il punto da cui si parte e in cui si ritorna sempre.

Nonostante la mia esperienza in questo contesto sia ancora molto fresca e agli inizi, credo che qui il gruppo sia fondamentale almeno per tre motivi principali che proverò ad approfondire.

1) All’ interno del gruppo si impara a sperimentarsi e mettersi in gioco dal punto di vista relazionale, psicologico ed emotivo in una dimensione collettiva, di condivisione reciproca, migliorando notevolmente le proprie capacità di stare con gli altri. Nel gruppo si scoprono, si condividono e si cerca di accettare le reciproche diversità, che pian piano si mescolano le une con le altre diventando fonte di grande ricchezza per tutti.

Io credo fermamente, perché l’ho vissuto e lo vivo tuttora sulla mia pelle, che se ad un certo punto, dopo tanto lavoro insieme, la propria diversità, così come quella degli altri, smette di essere un problema, un qualcosa di negativo e diventa piuttosto qualcosa di normale, qualcosa che fa parte di sé e degli altri, qualcosa di seducente, interessante, qualcosa che non allontana ma avvicina ed è una grande risorsa per tutti. Si smette di vedersi e sentirsi disabile, straniero, bianco, nero giallo, timido, troppo alto, basso, magro, grasso ecc. e si inizia lentamente a vedersi, sentirsi ed essere, ciò che realmente si è: io ho capito che sono Stefania, una persona con pregi, difetti, limiti, risorse, difficoltà, paure, forze, possibilità e tante altre cose ancora.

Anche il resto del gruppo lo capisce e così tutti si inizia a vedersi, reagire e relazionarsi in una prospettiva diversa. Guardando e stando nel gruppo si capisce pian piano che ognuna delle cose che sta dentro alle singole persone è meravigliosa e vale la pena di essere scoperta. Si capisce che la ricerca di nuove ricchezze è infinita. Nel gruppo si vede che ognuno inizia a muoversi nel modo che più gli appartiene, come può, stando sempre vicino ai compagni, per sostenerli e farsi sostenere durante il viaggio. Vedendo gli altri andare si capisce che tutte le persone possono muoversi, viaggiare, avere delle possibilità… e quindi anch’io… nonostante le difficoltà di movimento. Allora si prende coraggio, si entra nel gruppo, ci si stringe agli altri nel cerchio e si sente che ci si può muovere con il cuore, con la mente ma, anche fisicamente e così inizia il grande e straordinario viaggio.

2) Partendo dal gruppo si impara a conoscersi, sperimentarsi e mettersi in gioco dal punto di vista relazionale, psicologico ed emotivo all’interno della propria dimensione personale ed individuale, migliorando notevolmente le proprie capacità di stare con se stessi.

Questo può apparire scontato, ovvio, banale perché siamo a contatto con gli altri e con noi stessi ogni giorno e forse pensiamo di sapere già stare in un gruppo o con la nostra dimensione personale emotiva ed intima e di avere già raggiunto il nostro equilibrio psicofisico emotivo e relazionale. Dall’esperienza nel gruppo ho imparato a non dare certe cose per scontate.

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Pubblicato da stefaniaferri su Ottobre 1, 2008

Prima di iniziare a frequentare il corso con il Progetto Calamaio pensavo davvero di avere raggiunto il mio equilibrio psicofisico. Vivevo nel mio guscio d’uovo e questo guscio mi sembrava davvero perfetto.

Poi il corso è iniziato e abbiamo cominciato a lavorare sodo sulle nostre emozioni, su come ci sentivamo nei vari momenti di attività, su quello che provavamo. Devo riconoscere che il mio guscio d’uovo si è rotto subito, andando in pezzi. E io ero come un pulcino che, appena il suo guscio d’uovo si rompe rimane spaesato, non sa cosa fare e quando tira il vento trema come una foglia, sia per la paura dei rumori che per il freddo. Poi pian piano mi sono detta:

“Dai Stefy! Non vorrai mica restare sempre qui, ferma, immersa nelle tue paure e nel freddo? Guardati intorno. In questo cammino non sei sola. C’è un intero gruppo con cui puoi condividere la strada, a cui tu puoi dare qualcosa, da cui puoi ricevere ancora di più!”

Così mi sono fatta coraggio e ho iniziato a mettermi in gioco dal punto di vista psicologico, emotivo e relazionale, cercando di stare il più possibile dentro al gruppo e di lasciarmi guidare dal gruppo stesso.

Stando tanto tempo immersa nel cerchio a parlare con gli altri e soprattutto ad ascoltarli, riguardo quello che avevano provato, ad esempio tenendosi per mano o facendo un disegno, mi sono accorta che nel gruppo non ero io l’unica “diversa”, l’unica che aveva esigenze particolari. Ognuno di noi rispetto agli altri lo era. Ho capito anche che non ero io l’unica ad avere bisogno degli altri per vivere e stare bene nel gruppo. Il tempo passava, le relazioni interpersonali si intensificavano, la nostra dimensione e capacità di stare in gruppo cresceva. Ormai sapevamo che ognuno di noi era fatto in un certo modo e che poteva essere utile agli altri proprio perché era fatto così! Io pian piano sentivo che la mia disabilità stava cambiando.

A volte fuori non era proprio facile andare avanti, nemmeno per una come me che vive da sempre in mezzo alla gente. La mia disabilità mi sembrava qualcosa di “pesante” da portarsi dietro, qualcosa che attirava su di me tutti gli sguardi della gente, qualcosa che creava imbarazzo, distanza, negatività, pregiudizio e io a volte mi chiudevo come un riccio e non avevo il coraggio di mettermi in gioco, di essere me stessa.

Ma nel gruppo era diverso. Sentivo che tutti lì potevano essere sé stessi. Vedevo che eravamo tutti “Uguali e Diversi”. Vedevo che ognuno di noi aveva il proprio modo di essere, ridere, scherzare, parlare, muoversi, camminare, e agli altri stava bene così. Nessuno giudicava o chiedeva di modificare questi aspetti personali. Avevamo capito che ognuno di noi è così com’è e certe cose non si possono e non si devono nemmeno cambiare. Non sempre possiamo chiedere agli altri di cambiare. È importante riuscire ad accettare ed apprezzare gli altri per quello che sono. E questo vale anche per noi stessi.

Così la mia prospettiva si è capovolta: ho iniziato a vedere la mia disabilità come una semplice caratteristica fisica che fa parte di me e che voglio tentare di accettare il più possibile.

E direi che l’ho fatto e lo continuo a fare abbastanza bene.

Sono riuscita a diventare addirittura autoironica e ironica riguardo la disabilità: ora scherzo e rido moltissimo sulla mia disabilità e anche su quella degli altri!

Ho cercato di conoscere meglio me stessa e ho visto che ci sono cose che non posso fare o per le quali ho bisogno degli altri, ma che al tempo stesso ci sono altrettante cose che so fare e con le quali, più di quanto immaginassi, a volte sono utile agli altri, che quindi hanno bisogno di me.

Questo ovviamente vale per tutti: ognuno di noi ha delle abilità e delle disabilità e fa le cose in modo diverso dagli altri.

Un’altra scoperta fondamentale per il mio modo di vedermi e percepirmi che ho potuto fare in gruppo è stato capire che le reciproche disabilità si superano grazie al gruppo, chiedendo l’aiuto dei compagni d’avventura. Perché con le abilità di uno si superano le disabilità dell’altro. Riconoscere che abbiamo bisogno degli altri non è sempre facile però. Spesso tendiamo a fare da soli. Ma non sempre è possibile.

Il gruppo, dopo un lungo e delicato viaggio segnato da un’infinità di paure, fatiche, sorprese, gesti, sguardi, parole, silenzi, canti, balli, risate, gioie, scherzi, sogni era diventato contesto libero, aperto, accogliente, tollerante, rispettoso e consapevole delle rispettive diversità, non giudicante, accessibile a tutti. E in quel gruppo la mia disabilità negativa e spaventosa era sparita, diventando una normale parte di me, che addirittura incuriosiva, seduceva gli altri, facendoli avvicinare a me, eliminando le distanze. Ora potevo essere sempre me stessa senza paure e senza nascondermi.

Ma chi sono io veramente? Io sono Stefania, una persona prima di tutto! Ma che tipo di persona sono? Sono una persona viva o morta, visibile o invisibile, statica o dinamica? Sono solo quella persona che fatica a camminare e muoversi e perciò sono sfortunata e devo stare sempre seduta e ferma o sono qualcosa di più? Oggi posso affermare con grande orgoglio che stando nel gruppo ho imparato a conoscere gli altri, ma soprattutto a conoscere me stessa. Ora ho capito davvero che nonostante tutto sono una persona viva e innamorata della mia vita. Sono una persona che lotta e che tante volte “si scotta”, ma non molla.

Ora cerco di rendermi sempre più visibile a me stessa agli altri e anche a chi a volte finge di non vedere.

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Pubblicato da stefaniaferri su Ottobre 1, 2008

Mia mamma mi ha sempre spronato a provare a fare le cose, mi ha sempre detto che volere è potere. E ha ragione perché se credo in quel che faccio posso riuscire a fare tutto. Devo solo volerlo, volerlo davvero!

Ho tante abilità, dovrò pur sfruttarle in qualche modo no? Se no che ci sto a fare al mondo?!

E l’handicap? L’handicap non è solo mio. Non riguarda solo me. Riguarda tutte le persone che ho intorno. Perciò non dipende solo da me ma dall’intero contesto in cui vivo.

L’handicap si può superare. E all’interno del gruppo ho fatto esperienza di questo. Lasciandomi guidare, aiutare, condividendo e buttandomi insieme agli altri nello sperimentare nuove modalità, nuove situazioni che potessero superare la difficoltà, l’handicap. Il deficit all’inizio spaventa destabilizza, ma poi incuriosisce, fa riflettere, lascia il segno e stimola al cambiamento.

Stando nel gruppo ho riscoperto anche la mia corporeità, aspetto di me che non ho mai rifiutato, ma che semplicemente fino a un paio d’anni fa consideravo poco. È successo tutto grazie alla condivisione del lavoro che stava dietro a grandi pezzi di carta che raffiguravano il calco delle nostre sagome. Una volta raccolte tutte le sagome, le abbiamo stese per terra e ne abbiamo parlato insieme. La conduttrice del corso, guardandole, ha notato che non avrebbe saputo dire quali disegni raffigurassero le due ragazze in carrozzina perché in nessuna sagoma vi erano segni evidenti di disabilità. Ogni sagoma raffigurava un corpo, più o meno uguale a quello di tutti gli altri. Siamo arrivati a capire e a sentire che la carrozzina o altri ausili simili, che evidenziano notevolmente la diversità corporea dei “disabili” non sono realmente parte integrante del loro fisico. Questi ausili sono solo mezzi che servono per ridurre o eliminare l’handicap.

La tendenza ad associare quasi costantemente l’immagine del disabile motorio alla carrozzina è frutto di uno stereotipo.

Io sono Stefania, non sono la carrozzina.

Io sono Stefania la ragazza che ha un corpo fatto come quello degli altri e che solo per spostarsi usa la carrozzina.

Ora grazie a questa consapevolezza ho imparato e sto imparando a considerare il mio corpo sullo stesso piano della mia mente e del mio cuore. Ora amo tutta me stessa: anima mente e corpo, tutto compreso! Ora oso un po’ di più nel vestire, mi guardo contenta allo specchio quando sono elegante, mi sento quasi sempre bella! Ora sento anche la mia sensualità. Ora mi impegno molto per ascoltare il mio corpo perchè ho capito che rispecchia quello che provo nel cuore e nella mente. Per questo cerco di essere un po’ più tollerante con “lui”, cerco di lasciarmi guidare un po’ di più da “lui”.

Anche stavolta se non avessi condiviso quei disegni e quel lavoro con il gruppo, parlando e ascoltando, sicuramente quei fogli sarebbero rimasti solo grandi pezzi di carta e io non sarei cambiata così tanto!

Come si può capire leggendo quanto scritto finora, ho compiuto un gran bel viaggio, in cui ho conosciuto tante persone, sperimentato e condiviso tante nuove esperienze, scoperto lati di me che assolutamente non conoscevo. Viaggio in cui mi sono messa in discussione quasi totalmente. Viaggio attraverso cui ho imparato che il vero equilibrio lo posso raggiungere quando non mi fermo e navigo nell’ “instabilità e nel caos più totale”.

Questi passaggi però non sono stati facili. In certi momenti fare queste cose è stato davvero devastante, perché più scavavo dentro di me, più scoprivo cose di me che non avrei mai voluto affrontare: paure, debolezze, fragilità, bisogni, dipendenze dagli altri ecc…

Ma in fondo si sa che la fatica, le difficoltà e i “tumulti” interiori sono ciò che fanno della nostra vita una sfida. Sono quelle cose che ci fanno capire il vero senso della vita e che ci permettono di goderci pienamente i momenti di gioia, serenità e felicità.

Ora grazie agli insegnamenti e alle esperienze condivise nel gruppo ho un po’ meno paura e mi sforzo di essere me stessa ovunque vado.

Essendomi poi letteralmente “innamorata” del Progetto Calamaio e della sua “filosofia” ho iniziato con un grandissimo entusiasmo a lavorare nelle scuole di Reggio Emilia.

3) Anche a livello educativo tutto nel Progetto Calamaio ruota intorno al gruppo che dà vita ad un grande ed importante lavoro di sensibilizzazione e di educazione alla diversità, con particolare riferimento alla diversabilità e all’handicap, in tutti i contesti che lo richiedono e specialmente nelle scuole di ogni ordine e grado.

Ancora una volta la prospettiva del disabile si capovolge: la persona con disabilità diventa una persona attiva che ha prima di tutto delle abilità, cioè sa fare delle cose, e diventa quindi un educatore in grado di insegnare qualcosa agli altri e di trasmettere cultura.

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Pubblicato da stefaniaferri su Ottobre 1, 2008

Il gruppo che deve essere allegro, ironico, giocoso, aperto, non giudicante, accogliente è fondamentale perché aiuta bambini e ragazzi a capire che tutti abbiamo risorse e limiti, abilità e disabilità, che tutti siamo “uguali e diversi”.

Giocando con noi, i bambini delle scuole scoprono che la diversità non è solo “spaventosa” ma anche e soprattutto divertente, che la diversità, se usata bene non allontana ma avvicina. E infine che la diversità tocca ognuno di noi e può diventare una grande risorsa per tutti!!!

A proposito, il termine Educazione deriva dal latino ex ducere che significa tirare fuori da. Educare significa però anche nutrire, arricchire qualcuno…

Educare significa quindi nutrire, arricchire nel senso di fornire a qualunque persona i modi, gli strumenti e i punti di riferimento perché questa riesca a tirare fuori da se stessa le sue parti migliori. E questo è proprio quello che fa il Progetto Calamaio: educa davvero tutti attraverso il GRUPPO! Gruppo che nutre, arricchisce e permette di tirare fuori il meglio di sé a chiunque sia disposto a lasciarsi trasportare dal gruppo stesso!

Scrivere queste pagine è stato splendido, non facile, ma assolutamente splendido!

Non facile perché più scrivo più mi vengono in mente altre cose che conservo come segni indelebili di una grande avventura nel mio cuore e nella mia mente…

Ringrazio profondamente tutte le persone che ho incontrato sulla Strada del Progetto Calamaio ed in Particolare gli Amici e i Colleghi di Bologna e Reggio Emilia.

Ognuna di queste persone mi ha dato qualcosa di molto prezioso, qualcosa che mi aiuta a vivere meglio la mia vita, rendendola una fantastica storia…

Ciascuna di loro mi ha lasciato una macchia d’inchiostro colorato che custodirò per sempre nel mio cuore.

Ringrazio moltissimo anche tutte le persone a me care e vicine che mi ascoltano, ridono con me, mi appoggiano e mi spronano in quest’avventura.

Infine il GRAZIE più intenso, profondo e sincero va a mamma e papà perché senza di loro oggi sicuramente non sarei un “Calamaro” estremamente convinto, orgoglioso e felice di esserlo!

Spero di avere tante altre occasioni per ricevere un’infinità di macchie d’inchiostro colorato…

Ora vi lascio e mi rimetto in Viaggio perché la strada da fare è ancora lunga, e chi si ferma è perduto…!

(Storie di Calamai e altre creature Straordinarie Erickson 2007)

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Che cos’è e cosa fa il Progetto Calamaio?!

Pubblicato da stefaniaferri su Settembre 30, 2008

Un modo poetico e profondo per spiegare il Progetto Calamaio

Progetto Calamaio: tutto parte dal gruppo vera “palestra di vita” e risorsa per tutti

“Se entri nel Gruppo e vi stringete in un cerchio, il vostro calore combatterà le “intemperie della Vita”. Arriverà in alto e farà uscire il sole che caldo e splendente più che mai riempirà i vostri cuori di forza,voglia di fare e allegria; Ci vorrà tempo ma tutti insieme costruirete qualcosa di importante, qualcosa che lascerà segni colorati dentro di voi e ovunque andrete!”

(di Stefania Ferri, animatrice del Gruppo Calamaio di Reggio Emilia)

Fonte: Storie di Calamai e altre creature straordinarie, Erickson 2008, pp.193-200

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Che Cos’è e cosa fa il Progetto Calamaio?!

Pubblicato da stefaniaferri su Settembre 30, 2008

Perché il Nome Calamaio?

Avete presente il Calamaio che i nostri nonni, e magari non solo loro, usavano a scuola per scrivere?!

Benissimo cosa c’è dentro il Calamaio…?!

Come avete detto? Nel Calamaio c’è l’Inchiostro.

Esatto Bravissimi! E cosa fa l’Inchiostro?!

Macchia, lascia il segno ovunque va…!!

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Cos’è e cosa fa il Progetto Calamaio?!

Pubblicato da stefaniaferri su Settembre 30, 2008

Il Progetto Calamaio: Incontri con la Diversità

Il Progetto Calamaio nasce nel 1986 all’interno del Centro Documentazione Handicap di Bologna. La sua specificità è di essere ideato e progettato da animatori diversabili.
La finalità a cui tende il Progetto Calamaio consiste nel contribuire alla presa di coscienza della propria identità da parte dei bambini e degli adulti – insegnanti e genitori – attraverso il confronto con l’alterità. La nostra proposta vuole stimolare lo sviluppo di un’identità critica attraverso il dialogo e l’incontro. Ci rivolgiamo dunque a chi sente il bisogno di promuovere, oltre agli aspetti cognitivi dell’apprendimento, un’intelligenza di tipo relazionale, una scuola più «agita», capace di fondare la sua pratica sulle esperienze e sui vissuti dei bambini e, in base a questi, ricercare differenti modalità didattiche tali da permettere a ciascuno di accedere alle conoscenze percorrendo la strada a lui più congeniale.
Non mancano a questo proposito gli stimoli al coinvolgimento della creatività, del corpo e delle emozioni.

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